« Risposta #30 inserita:: Dicembre 10, 2008, 17:37:48 »
Pace con Rosina: Novellino 'Toro spirito Juve'
Novellino: "Per il mio Toro voglio lo spirito Juve".
Il neo allenatore granata: «Ho abbracciato Rosina, e non sarò certamente io a levargli la fascia che gli avevo dato». Walter Novellino, 237 giorni dopo l’esonero, da dove riparte la sua avventura al Toro?
«Dagli errori che ho commesso nella scorsa stagione. Ho imparato, non li ripeterò». Dove ha sbagliato?
«Soprattutto nel rapporto con i tifosi e la stampa. Dovevo essere più elastico. Il problema è che ero abituato alla Sampdoria, dove c’erano persone addette a questo tipo di cose». Un team manager come filtro, magari, le sarebbe servito. Al Toro di Cairo manca da sempre. Glielo ha chiesto?
«No. Adesso c’è Pederzoli, il ds, che è bravissimo. E poi c’è un Novellino diverso. Più “attrezzato”, più sereno. Ho capito com’è fatta Torino, so di essere parte di una grande società». Come la mette con chi la contestò?
«Non mi ero mai comportato così, con i tifosi. Quelli di Samp e Piacenza stravedono ancora per me. Ho sbagliato per troppo amore, per far scudo alla squadra. Ma la persona intelligente può anche chiedere scusa. Sono pronto a farlo». Anche con qualche giocatore?
«Con loro ho pagato il mio essere tanto diretto e poco diplomatico. Lo è anche Mourinho, no? Perché non posso esserlo pure io? È il mio carattere. Con me l’inizio del rapporto può essere complicato ma poi tutti i giocatori mi ringraziano, ne escono migliorati. Scoprono uno leale, uno che non tradisce mai». Com’è stato il primo contatto con loro negli spogliatoi?
«Mi hanno abbracciato tutti». Compreso Rosina?
«Sono andato ad abbracciarlo io». La prima esperienza, fra di voi, non è stata un granché. E il suo 4-4-2 non è certo il massimo per il numero 10. Che peso avrà nel nuovo Toro?
«Determinante, se lui è a posto fisicamente. Alessandro è un ragazzo intelligente: se ci mette disponibilità e sacrificio, può essere molto importante in ogni posizione». Resterà lui il capitano?
«Quella fascia gliel’ho data io. E non sarò certo io a togliergliela. Attraversa un momento difficile, anche mentalmente. È stato un po’ bistrattato e bisogna aiutarlo. Anche perché chi ha più qualità deve giocare». A proposito, Bianchi?
«È un patrimonio della società, uno da recuperare assolutamente». Cairo, intanto, ha recuperato lei. Che cosa si sente di dare?
«Sono carico più che mai. Non sono stati facili questi otto mesi lontano dalla panchina, dal campo. Mi sono documentato, aggiornato; ho cominciato a studiare l’inglese. Ma non vedevo l’ora che mi richiamasse il Toro». Conferma che, prima, era stato il Bologna a far squillare il suo telefono?
«Preferisco non dirlo. Comunque, ho avuto delle richieste. Onestamente, però, aspettavo il Toro. Senza gufare, ma dentro avevo tanta voglia di rivincita». Da terz’ultimo in classifica non sarà semplice prendersela.
«L’importante è azzerare tutto. Ripartire. La situazione è preoccupante, ma solo fino a un certo punto. Questa è una buona squadra, è in difficoltà, ma non vale così pochi punti». È il discorso che i tifosi granata sentono ormai da quando sono tornati in serie A...
«Vero. È un problema che si elimina solo con il lavoro. Dobbiamo togliere questa nuvoletta dalle nostre teste. Ce la faremo, ne sono convinto». Problema: manca un leader, in campo.
«Non me ne basta uno, ne voglio quattro o cinque. La Juventus li ha: senza offesa per il mio Toro, adesso il modello caratteriale per una squadra è quello». Ammissione non facile per un granata.
«Io, però, adesso i giocatori adatti li ho. Dico Bianchi, Amoruso, Natali, Rosina. Basta solo far scattare la scintilla, per rivedere lo spirito giusto». L’esonero di De Biasi significa per la squadra anche la fine di qualsiasi alibi?
«Non ne ha più nessuno, me compreso. Dobbiamo solo fare bene. Tutti, al più presto». Sabato, in effetti, andate a Bologna. Spareggio-salvezza?
«Partita fondamentale». Degna di un ritiro anticipato?
«Non è il caso. Qui ci sono bravi ragazzi. Non c’è bisogno di punizioni né di “pulizie”. Solo di essere magari meno belli ma più decisi».
Faccia a faccia di un'ora a fine allenamento.
I tifosi granata: "Prendili a calci", ma Monzon fa pace con Rosina.
Novellino, devi prenderli a calci. Anzi non ti preoccupare che ci pensiamo noi». Il buio è già calato sul campo della Sisport quando finisce il primo allenamento del secondo Monzon e molta gente è già sfollata per il freddo, per la frustrazione, forse per la paura che il siparietto allestito attorno al cambio di allenatore non sarà sufficiente a rendere il Toro come potrebbe essere: una società che può dispensare gioie, probabilmente inadeguata per vincere nel calcio dei troppo ricchi però di cui non ci si debba vergognare. Ci si abitua a tutto. Persino al turnover in panchina, con gli stessi personaggi che vanno e tornano come se avessero dimenticato la valigia. Il segreto è resettare la memoria. Otto mesi fa da quella stessa tribunetta si alzavano gli insulti di chi contestava Novellino, anche perché prendeva metaforicamente a calci i giocatori che quei tifosi ora vorrebbero massaggiare nel fondoschiena. Era il 15 aprile, dovette uscire da una porta secondaria per evitare il contatto pericoloso. Ieri Monzon è rientrato dall’ingresso principale, segnando l’inizio della rivincita che si completerà se arriveranno i risultati. Cinquecento persone, un decimo di quante ce ne sarebbero state venti e più anni fa nel piazzale del Filadelfia. Applausi tiepidi degli scettici, qualche incoraggiamento convinto dai tanti che lo ritengono la soluzione giusta, l’ironia di un bello spirito che quando ha visto Cairo avanzare verso i tifosi gli ha urlato «Già che c’era poteva richiamare Giagnoni». A quel punto il presidente ha fiutato l’aria, ha mutato per prudenza la rotta e si è piazzato a bordo campo per seguire l’allenamento, sempre in piedi, le spalle alla gente e con una cuffia verde a proteggerlo dalla sinusite. Più tardi, uscendo dal lungo confronto con la squadra e con l’allenatore, Cairo ha dovuto affrontare una decina di tifosi che l’aspettavano. A uno giurava che non avrebbe mai più ripreso De Biasi («Sì, sì, con lui basta»), a un altro spiegava che Bianchi e Rosina vanno recuperati con l’affetto, con un terzo chiudeva la porta al rientro in società di Renato Zaccarelli come team manager: «E’ lui che mi deve chiamare», come se Zac fosse il tipo che va a pietire un posto che per capacità e storia gli dovrebbero assegnare di diritto. Domenica, nel pieno della contestazione davanti allo stadio, Cairo aveva promesso ai capi tifosi che gli avrebbe telefonato. Non l’ha fatto. Eppure ieri Cairo ha ammesso che nel Toro si sente la mancanza di una figura del genere «e se ce n’è uno bravo che posso prendere lo prendo, figuratevi cosa me ne importa se mi fa velo». Le importa, presidente. Le importa. Altrimenti avrebbe già risolto il problema in 2 minuti. Novellino per il momento lavorerà senza il «tutor». Nei rapporti con la squadra e con l’esterno dovrà sbrigarsela da solo e per fortuna gli uomini con i quali può scontare vecchie ruggini sono quelli che può epurare senza pagare pegno. Corini è infortunato. Ventola è un nome che fluttua nell’oblio. Rosina gira con le orecchie basse, colpito dal modo in cui è girato il vento: l’altro ieri era un «intoccabile», tanto che quando si presentò al raduno dopo aver scatenato una polemica pesante con De Biasi i tifosi lo applaudirono mentre adesso lo rintronano con i peggiori sberleffi. «Rosina, fai il bravo, che ti abbiamo tenuto la soppressata», lo ha schernito un tale mentre il giovanotto calabrese provava in partita il ruolo al quale pare lo abbia destinato Novellino: l’esterno di sinistra a centrocampo. E’ probabilmente l’ultimo tentativo per recuperarlo. Dopo l’allenamento, Monzon si è fermato per un’ora nello spogliatoio a parlare soltanto con lui per smorzare le antiche incomprensioni e ripartire da zero. Dall’esordio alla Sisport si è capito che il bersaglio della rabbia si è spostato sui giocatori. Lo ha intuito anche la società che oggi ha imposto l’allenamento a porte chiuse perché tutti lavorino tranquilli. Novellino per una volta ne avrebbe fatto a meno: far purgare con la sopportazione le colpe di troppe prestazioni ignobili poteva essere un modo di preparare la partita di Bologna. A orecchie basse. E non solo quelle di Rosina.